Entità base felina Entità base felina PrecariaMente | PrecariaMente | Il Cannocchiale blog .

Pensavate....
post pubblicato in Diario, il 15 luglio 2010
...che fossi andata in vacanza?
(Gaeta-piana di S.Agostino)

Ebbene.
Un pò sì.
Giusto il tempo di colorarmi e assaporare un lampo di tranquillità.
Ma.
Problemi familiari mi hanno richiamata all'ordine.
E dunque.
A casa sto.
A tempo determinato.
E questa volta è un auspicio.
Affinchè tutto si risolvi rapidamente.
E soprattutto perché parliamo di tempo estivo.
Che è un soffio.
Il tempo di assaporarlo che già è finito.
Nel frattempo .
La battaglia è definitivamente vinta.
E anche se altri se ne sono presi i meriti,...
...beh...(risatina)...sarò sempre consapevole che tutto ciò che abbiamo ottenuto- io, poche teste pensanti ed un don chisciotte consigliere comunale a cui andrà sempre in eterno la mia gratitudine - è stata una vittoria stellare senza" spargimenti di sangue".
Metaforici ovvio.
L'unico sangue che ci ho rimesso è il mio.
Sempre metaforico. 
E di tutto ciò che ho imparato ne farò tesoro, certa che mi tornerà utile in futuro.
Non sono altrettanto certa che, chi se ne è presa i meriti, potrà dire altrettanto.
Perché tutto torna.
E come si dice a Napoli :
"nun sputà in cielo che in faccia ti torna".
Saggezza popolare.
Per il momento, dunque dicevo, qua sto, mentre potrei stare là.
Ma questa è storia vecchia.
Nel frattempo, vi lascio un buone vacanze,  con l'augurio che siano davvero vacanti.
Di pensieri, angosce e preoccupazioni.
Che ci inseguono, nonostante la nostra fuga in avanti per seminarle.
E soprattutto con l'auspicio di poter ritrovare noi stessi, troppo spesso smarriti nelle pieghe del quotidiano
.

Un abbraccio a tutti.




Vasco Rossi : Ridere di te

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Corso
post pubblicato in Diario, il 6 giugno 2010
...Ce l'abbiamo quasi fatta.
Domani probabilmente inizierà il corso di formazione.
60 ore frontali spalmate in dieci giorni da vivere in apnea fuori da ogni contesto:familiare, virtuale e quant'altro .
Una maratona che inizierà la mattina con l'ingresso a scuola alle 8 e terminerà la sera alle 20,30, ma è un primo passo necessario.
Un primo passo  ancora da definire, visto che le convocazioni ufficiali ancora devono essere pubblicate.
Insomma, una nazionale di precarie in attesa di preparazione per affrontare l'ingresso in graduatoria in forma smagliante.
In palio il futuro certamente precario.
Meglio del disoccupato stabile.
La firma non c'è ancora, ma speriamo arrivi presto: solo alcune limature da apportare.
Circa 300 insegnanti precarie comunali in questa valle di lacrime che è la realtà lavorativa in cui siamo, in prospettiva potranno forse dormire sonni tranquilli, certe di una serena precarietà.
E un piccolo grazie va alla mia testardaggine e quella di un consigliere comunale don chisciotte:insieme abbiamo aperto la porta alla salvezza.
E un grazie grande a tutte le colleghe-pochissime-che si sono impegnate con me  su vari fronti per arrivare all'obiettivo comune.
Forse.
Incrociate le dita per me.
A presto.
O meglio :see you soon.



Bon jovi : It's my life (slow)


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Gente distratta/2
post pubblicato in Diario, il 23 maggio 2010
Ristretto spazio di un vagone della metrò. Ho imparato a farla mia troppo tardi, adeguandomi agli standard di viaggio sotterraneo che prevede occhiali da sole a prescindere e fido mp3 piantato nelle orecchie per vincere la consueta sensazione di claustrofobia, distraendo il cervello dalle sue fobie, ingannando il tempo scrutando ad uno ad uno i passeggeri che salgono e scendono lungo il percorso-quasi tutto da capolinea a capolinea- senza contare il percorso di nord-est.
Dapprima in piedi, lei occupa al volo un posto appena lasciato libero, proprio di fronte a me.
Mi incuriosisce. Il volto è giovane,lo sguardo disincantato di chi ha perso da troppo tempo per strada le proprie illusioni, l'abbigliamento sciatto e trasandato di chi non perde tempo a curare il proprio aspetto, troppo impegnata in altro.
Forse a sopravvivere.
Si siede con una smorfia di dolore, allungando la gamba sinistra.
Cerco di non sembrare troppo insistente nell'osservazione ma mi incuriosiscono le calzature:economiche- 3 € al massimo nei mercatini rionali- made in china, Pantofole, poco adatte ai percorsi  cittadini accidentati, fatti di buche, regalini di cani per non parlare delle scale mobili che portano giù in metrò. Non ha calze, come se stessimo in piena estate. Guardo le mie calzature e poi quelle degli altri passeggeri: è lei quella in controtendenza. Abbiamo tutti più o meno calzature pesanti, segno di un'estate riottosa nell'affacciarsi, o meglio, di una primavera dal sapore autunnale, preludio di un ìnverno, piuttosto di un'estate attesa e sospirata..
Getto un'altra occhiata simil-casuale: sul piede sinistro ha delle vistose lacerazioni. Devono procurarle dolore; da lì la smorfia, suppongo. Le mie orecchie continuano ad inseguire  la musica, ma lo sguardo continua a scrutare falsamente indifferente: le mani di lei serrano-in ordine-un ombrello enorme che stona con le calzature, due buste di carta che sembrano vuote, il titolo di viaggio e una tracolla. Le mani dalle nocche in su sono paonazze, irritate, screpolate.Conosco quelle mani: le ho viste spesso nelle donne delle pulizie  che ho incrociato nei palazzi, nelle badanti che si sono alternate  nella vita dell'uno o dell'altro parente anziano. Sono mani lavoratrici, instancabili.Le paragono alle mie ordinate e idratate.Mi sento una privilegiata e quasi mi vergogno a lamentarmi della mia precarietà. Cantava  Pino Daniele in una vecchia canzone: "Non è così tragica,...ci sta chi sta peggio 'e te"
Il volto, al contrario delle mani , non è stanco. Giovane, dalla pelle trasparente, senza un 'ombra vezzosa di trucco, gli zigomi alti, gli occhi intensi,  sarebbe davvero singolarmente bello ed accattivante se non fosse per le labbra serrate, ostinatamente all'ingiù, come se non avessero motivo di sorridere, neanche per un pensiero leggero passato per la mente. Le rughe solcano le guance dal naso in giù, segno che quella è un'espressione che non lascia mai, come se non avesse mai sorriso. Anche lei si guarda intorno, sempre con quell'espressione all'ingiù che la rende severa ed inflessibile, come se il conservarla le rendesse più facile non piegarsi agli eventi e alle bufere che la vita ci soffia addosso. Non una volta si riavvia i capelli che le scendono sulla fronte. Lo faccio io, con i miei capelli, istintivamente , ma me ne rendo conto troppo tardi.Scuoto la testa facendo finta di canticchiare. Mi muovo irrequieta e penso di alzarmi, ma il viaggio è ancora lunghetto e porto addosso una stanchezza di giorni affaticati e battagliati che spero si portino presto a compimento.
Lei, al contrario, è semplicemente ferma nella stessa posizione per tutto il tragitto, un braccio piegato e appoggiato al sostegno che delimita il posto a sedere laterale, il corpo vestito alla meno peggio, ciondola seguendo gli scossoni del treno. I chiacchiericci vari, urlati per sovrastare  lo sferragliare del treno, sovrastano anche la musica vomitata nelle orecchie. Il cocktail di frastuono è micidiale: ti stordisce -insallanisce nel dialetto locale-a tal punto che fai fatica ad ascoltare i tuoi stessi pensieri.
Usciamo dal tratto sotterraneo e la luce improvvisa ci acceca per un attimo.
"...E infine uscimmo a riveder le stelle".
Ogni volta che c'è questo passaggio dal buio alla luce faccio questo stessomonotonoidentico pensiero.
Inforco gli occhiali da sole. Lei stringe un attimo gli occhi ma resta nella medesima posizione. Difficile indovinare cosa pensi: sembra una sfinge metropolitana, equidistante da se stessa e dagli altri, persa in un mondo suo che non collima necessariamente col nostro. Il cell. vibra nella borsa e mi arrabbatto tra le cuffie dell'mp3 che non vuole spegnersi, il telefono che continua a squillare e i fili delle cuffie che mi si annodano tra le mani e la chiusura della borsa. La metrò è quasi vuota, siamo giunti all'ultima fermata e mentre rispondo litigo ancora con le cuffiette, l'mp3 sempre acceso, la chiusura della borsa  che non ne vuol sapere di chiudersi. Alzo lo sguardo e mi rendo conto che sono rimasta sola nel vagone: scesi tutti.
E' un istante :capolinea, ognuno inghiottito dalla moltitudine frettolosamente pendolare, ansiosa di tornare a casa o dovunque debba andare.
Anche lei.
Ognuno inglobato dalla gente distratta che fa su e giù dalla periferia alla città e viceversa.
Su e giù nelle vite che si intrecciano e si abbandonano.
Su e giù nella metrò. Incurante delle vite che si intersecano e vanno via.
In fondo è proprio  nella metropolitana che si ha la massima percezione di essere uno dei tanti.
Numeri.



Remains of the day

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Soffitte
post pubblicato in Pensieri ed Illusioni, il 24 aprile 2010

L'orologio sembra scandire un tempo strano e surreale.
A tratti le lancette scorrono a velocità impensabili, divorando attimi di vita non vissuta: ti passano accanto rendendosi inafferrabili e persi.
A tratti  le lancette si cristallizzano  scandendo secondi col peso di ore: addosso il peso di una vita macerata e macinata senza risparmio, senza concedersi un attimo.
               di.
               STOP.
E dunque la ragione impone al corpo di obbedire.
             per.
Alzarsi ogni mattina  all'alba
              e
mettersi in movimento svolgere tutte le faccende di routine,lavorare e
portare a termine tutto ciò che è scritto nel contratto quotidianio di adulto serioresponsabileproduttivomaturo.
Con tutti gli annessi e connessi.
Da automa perché  la testa non ha voglia di spingersi oltre.
E lasci che i ragni tessano ragnatele nei pensieri, la mente  una soffitta in cui stipare assilli, inquietudini, emozioni, idee che continuano ad ammassarsi ed impolverarsi, mentre un raggio di sole appena nato ne illumina un angolino mentre un pò di vento soffia via qualche sbuffo di polvere e miriadi di puntini luminosi aleggiano in quel baffo di luce in un gioco tanto magico quanto evanescente ed effimero.
Come le illusioni
 le aspettative,.
Il futuro lontanopresenteprossimo che esiste e si materializza nella misura in cui scandisci la giornata: mattinapomeriggiosera.
Sono in stand by, distante dai pensieri e da me stessa : il telefono squilla e non ho voglia di rispondere mentre girovago per le strade tra mille e fasulli impegni pur di scappare da me .
In attesa  di sopravvivermi.

Della serie:adda passà 'a nuttata.


Evanescence: My Immortal


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Mi ricordo.....
post pubblicato in Diario, il 4 aprile 2010
E' seduto sul letto.
I piedi non toccano a terra.Sono scalzi, avvolti da calzini di spugna spessi, la schiena un arco,  la testa ciondola leggermente in avanti.
Il maglione blu a trecce dal colletto a polo, è legato in vita da una cinturina rimediata alla bell'e meglio.
Il braccio sinistro lentamente si allunga ad aprire il cassetto del comodino: dentro uno specchio, alcune carte ingiallite, un fodero di occhiali mai usato, un portafogli marrone.
La mano rugosa e tremolante si ferma proprio sul portafogli: lo afferra, lo apre.
Dentro alcune foto piccole, in bianco e nero, ingiallite dal tempo.
Ne tira fuori una- la prima-e la guarda, il braccio destro piegato, la maglia intima che fuoriesce e che lui distrattamente cerca di far tornare in ordine,  la foto a portata d'occhi. La mano è sorprendente ferma nel tenere serrato quel frammento di esistenza, come se il tenerla ferma potesse avere il potere di fermare i ricordi e afferrarli ad uno ad uno, per dipanarli come una matassa arruffata dal tempo, gatto dispettoso.
Le mani: sono rugose, con la pelle  staccata dalla carne, mani vecchie e lavorate, vissute e che nulla si sono risparmiate.
Il volto: cartavetrato ma ordinato, scavato , la bocca incassata  e impercettibilmente mossa  ad ogni respiro lieve ed affannoso, i radi capelli, il corpo che oscilla ritmicamente avanti ed indietro.
Gli occhi: opachi, liquidi, distanti, fissi sulla foto.
Una foto.
Un ricordo.
Immortalati un bell'uomo alto, giovane, prestante che regge una bici; vicino a lui un ragazzino .Entrambi sorridono.
"Eh- la voce roca, come se ogni parola richiedesse un supplemento di ossigeno , per far vibrare a fondo le corde vocali in maniera comprensibile-"Peppino mi seguiva come un 'ombra, gli ho insegnato ad andare in bici."Un sorriso appena accennato gli illumina il volto grinzoso, rasserenandolo.
Guarda la foto come se di lì partisse la diapositiva di un momento successivo.
"Qui era quella piazza ...come si chiama..." guarda fisso la foto cercando di ricordare.
Gli vado in soccorso, la mia voce è più sommessa della sua.
Si illumina ricordando la piazza, mi guarda di sfuggita e riprende il contatto visivo con la foto, come se da lì dipendesse il sequel di ricordi  che la mente non può trattenere.
"Lui mi ha insegnato a tagliare il legno. Era bravo...". Riguarda la foto e sorride  come il compagno potesse vederlo. Sembra rivivere attimo per attimo quei ricordi, come se oltre 40 anni non fossero mai trascorsi e lui fosse ancora lì, con l'amico, in quella piazza inondata dal sole, senza auto, con una bici nuova fiammante e una vita da cavalcare.
"Era sempre appiccicato a me, Peppino. Era il tuo cugino vero?".
Non è proprio così ma annuisco , timorosa di interrompere quel flusso di ricordi."E' uguale a mio nonno, Peppino".
"Eh..-la bocca mastica fiato e parole, il braccio ancora sospeso a mezz'aria,  gli occhi non perdono un attimo di vista l'immagine. Segue un lungo momento di religioso silenzio, interrotto da rumori casalinghi lontani mentre fuori tutto è fermo, sospeso:non c'è un alito di vento, il cielo è grigio, la vita è ferma, sospesa.
In attesa di.
Sul volto antico si può leggere  quello che è stato, i ricordi, una stagione passata che non potrà tornare  perchè è da compiersi il naturale ciclo della vita, ma attaccato a lei tenacemente dai laccetti dei ricordi. Ostinatamente.Per  non lasciarsi travolgere dalla valanga chiamata vecchiaia.
Ad un tratto si riscuote, sorride alla foto a mò di congedo e la ripone nel portafogli marrone, richiudendolo attentamente con le mani tremule  ma accorte. Accosta il cassetto  e alza lo sguardo senza vedermi.Si stende a letto come se lo sforzo nel parlare e rivivere gli sia costato tutta l'energia disponibile per quella giornata.
Non gli ho detto che Peppino è morto già da tanto.
Perché farlo quando ciò che ci resta è il piacere di ricordare momenti felici di un'esistenza macinata senza tecnologie e agi, dura, serena , concreta e assaporata davvero?
E neanche ricorda più come era essere giovani, ingabbiato in un corpo ormai decadente, col solo piacere dei ricordi,  la mente che a tratti si annebbia ma che è ancora perfettamente in asse, lucida, rifiutando quell' involucro ormai datato che imprigiona le  iniziative  ma non può imbrigliare i ricordi, i pensieri.
La vita.
Quella residua.
Mio suocero ha quasi 91 anni.
Una vita al fulmicotone, sfuggita ai tedeschi , faticata e laboriosa , imperante e fulminante , fatta di donne abbandonate sull'altare, di scelte d'amore e di libertà.
Una vita vissuta e respirata ogni attimo.
Quella che nessuno di noi potrà mai immaginare di vivere ma che deve ascoltare per trasmetterla alla generazione futura.
Finchè ci sarà memoria ci sarà ancora una parvenza di libertà.



Lenny Kravitz : I'll be waiting

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permalink | inviato da Mokella il 4/4/2010 alle 21:3 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (46) | Versione per la stampa
Dentro e fuori
post pubblicato in Pensieri ed Illusioni, il 3 aprile 2010
Anacronisticamente fuori posto.
Pulisci dentro e fuori le stanze come se la stessa pulizia potesse essere fatta dentro e fuori di te.
Dentro.
Il cuore.
Unico muscolo striato involontario.
E' che la fregatura sta propro nelle striature.
E' lì che si annidano i tormenti e i dubbi, le conclusioni affrettate e le scelte sbagliate.
Nelle striature, nei piccoli solchi che rappresentano tutte quelle catene che dobbiamo spezzare prima di arrivare.
Dovunque abbiamo programmato di arrivare.
Ma davvero raggiungiamo ciò che ci siamo prefissati o non sono piuttosto le mete a raggiungere noi e imporci il loro traguardo?
Ed è proprio per questo che poi ci scontriamo con una realtà diversamente rappresentata nelle nostre idee e ciò ci scatena battaglie e frustrazioni con la sensazione di aver smarrito in questo duello qualcosa.
E lo cerchi.
Dentro.
Di te.
Nelle pieghe dei dubbi e dei sentimenti soffocati a forza, nel coraggio di rimetterti in discussione sempre.
A torto o a ragione.
Fuori.
Negli sguardi che hai perso, nelle occasioni che si profilano all'orizzonte e che cambiano rotta perchè non sai navigare, nelle illusioni programmate e  disattese, nelle aspirazioni coltivate e seccate.
Sono tappe obbligate.
E parliamo di scelte per darci una parvenza di libertà inesistente, un contentino sulla possibilità pari a zero di poter incidere sul corso degli eventi.
Dentro o fuori.
Di questi tempi.
Fuori.
Un taglio di capelli,
Un colore più chiaro per salutare la primavera.
Un modo per dire al mondo che hai superato indenne un altro inverno.
Dentro
Nella mente .
Accantonando l'impossibile per subìre il possibile reale, abortendo senza pillola qualsiasi anelito di libertà assaporandone di presunta.
Facendo finta che.
Fuori.
Un giubbotto nuovo, giusto per darsi un tono di forma.
Che in fondo tutto questo non è che serve.
La sostanza è altra.
Dentro.
C'è un ritornello nella mente che non va via.
Indelebile e tatuato.
Una ninna nanna continua, una litania all'infinito, un disco rotto e incantato sulla stessa nota.

Sottomissione e ribellione.

Gesù o Barabba.

Crocifissioni e ladroni .

Morte e resurrezione.
Dentro e fuori dei confini labili                 

             testa
    di       cuore
                vita.

Questioni di finte scelte.

Infatti, manco quest'anno, mi hanno regalato il Noccior di Lindt  per cui sceglierò di comprarlo.
E dentro spero in una bella sorpresa.

Vabbè.
BUONA PASQUA. 




Vasco Rossi . Sto pensando a te

Ricomincio da qui
post pubblicato in Diario, il 30 marzo 2010
Era da tanto.
Che.
Non percorrevo le mie strade.
Quelle che mi rapiscono dalla vita affaticata e lavorata.
La vita che ti sovrasta e  annienta, quella che non è reale se non nella misura in cui ti macina e   stritola nei suoi ingranaggi e non ti lascia tempo.
Per.
Liberare i pensieri, aprire la gabbia del sentire te stessa,  tenere la testa libera dalle emicranie che imbrigliano cranio e cervello e ti rendono impossibile anche il sopravvivere.
Al  tutto.
Ti portano ad un punto molto vicino a quello del non ritorno.
E.
Nei momenti del buio, quando sembra che il continuo  m a r t e l l a m e n t o  ti faccia scoppiare  ogni singolo neurone, focalizzi quello che ti fa star bene.
Una distesa immensa e calma, calda e soleggiata.
Funziona .
Ma.
Dal vivo è meglio.
Ebbene.
Sulla strada delle vacanze, oggetto loro malgrado di un count-dowwn lungo e sospirato, lasci emicranie, pensieri lavorativi e prospettive strane di un futuro che altri ti disegnano addosso e che tu accetti, sperando di essere Gastone il fortunato e non sempre Paperino.
Per fare tuo e per non perderlo.
Quel futuro.
Stabilmente precario.
 Un paradosso che funziona.
   Giocando al ribasso sostenibile.
E ti misuri finalmente con una distesa di sabbia e sassi, un 'acqua limpida e cristallina, un cielo intensamente azzurro.
Respiri aria limpida e salmastra che non ti fa starnutire.
Lasci che il sole ti baci il viso.
Il vento ti pettina.
E sabbia .
Quale?
Anche la spiaggia-la mia spiaggia.-e il posto-il mio posto- portano i segni di un inverno lungo e affannoso.
Il mare ha rubato gran parte di sabbia e l'ha portata con sé,
Inglobandola e facendosene carico.
Come  carico se ne sono fatti altri.
Delle tue speranze.
Inghiottita. Sgarrupata.
Lei e tu.
Da forze più grandi.
Eppure ci siamo.
A pochi metri dalla riva.
Sotto la superficie cristallina .
Morbida, col suo lento placido sciabordìo.
Carezzevole come una parola sussurata
.
Tumultuosa e consapevole troppo tardi di uno sguardo incrociato e rapidamente svanito.
La natura  assume una dimensione parisimileidentica a te.
E ti rendi conto che qualsiasi cosa tu abbia fatto e lavorato e rimesso in termini familiari, e di tempo, e di salute e di te stessa, qualsiasi cosa accada.
Ne valeva.
Ne è valsa la pena.
A prescindere da tutto.
E da tutti.
E anche se il tuo destino, quello della spiaggia e quello di ogni singolo pezzetto che compone la nostra variegata umanità è nelle mani di altri che non sono quelli che tu speravi, in fondo non hai nulla da rimproverarti,
Ed è questo che mi esorta a ...
"...non fermarmi mai
  Non voltarmi mai
Non pentirmi mai
Solo il cielo avrò sopra di me.
Ricomincio da qui
Da un’effimera illusione."

Tutta da alimentare .Sfiorare.Costruire.Fino a prova contraria.

Perchè tutto può essere possibile.
Ricominciare da poco.
Da una risata da affidare al mare, un foulard che il vento porta via, un cane che raspa nella sabbia, la certezza che in fondo è obbligatorio rimettersi sempre in gioco e sperimentare fino in fondo.
Portando addosso ogni singola ruga di quella vita che ci ha scelto, che malediciamo nelle sue enormi ingiustizie, che detestiamo perché c'è chi ha corsie preferenziali che a noi sono precluse, che ce la dobbiamo lavorare fino in fondo senza poter mai tirare per una volta il fiato, che è sempre in salita e che quando sta lì lì per raggiungere un traguardo, ti rendi conto che sono proprio gli ultimi metri i più difficili e faticosi.


E manc oggi hanno firmato.
Aspettiamo ancora.





Malika Ayane : Ricomincio da qui

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permalink | inviato da Mokella il 30/3/2010 alle 22:2 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (36) | Versione per la stampa
Latitanze
post pubblicato in Diario, il 4 marzo 2010

Mi dispiace non esserci.
Avrei tanto da scrivere e chiacchiere da fare.
                     Ma.
La vita mi stritola.
La stanchezza mi travolge.
Non riesci a stare in equilibrio.
Tu.
Che convivi perennemente con la condizione precaria e che dell'equilibrio instabile ne hai fatto una stimmate.     
Ed è difficile restare equidistanti quando manca l'essenziale.
Lontano.
Seppellito in un angolo .
Fa capolino nei pensieri nei momenti più impensati.
Basta una canzone, una parola.
Evocativa.
E la nostalgia è forte.
Ti manca la sabbia sotto i piedi.
Intanto.
Aspettiamo gli eventi.
Sperando che tutto si concluda al più presto.
Per riprendere qualcosa smarrito lungo la strada della salvezza.
Annunciata, lavorata ma non ancora deliberata.



Pink Floyd : Wish You were here


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permalink | inviato da Mokella il 4/3/2010 alle 21:42 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (42) | Versione per la stampa
Vergogna
post pubblicato in Diario, il 16 febbraio 2010

Arrivata alla media età dei 40 anni, credevo di aver visto un pò di tutto inerente alla cattiveria umana. Credevo di aver imparato che la coerenza e la giustizia pagano, che l'integrità, la lealtà e l' onestà nel portare avanti determinate battaglie insieme alla fortuna di aver avuto un'intuizione portata avanti da un angelo che ci consentirebbe di salvare la nostra situazione davvero appesa ad un filo, meritassero un pò di rispetto.
O, perlomeno, un tacito assenso.
Ma la gramigna e l'invidia sono difficili da estirpare e mi dispiace enormemente che ci siano persone che si tacciano del titolo di insegnante senza meritarlo. Mi dispiace soprattutto per i piccoli, che hanno a che fare con gente arida che non è capace di dare amore ma pretende di giudicare senza conoscere davvero, tacciandoti di arroganza e presunzione ma avendo essa stessa la presunzione e l'arroganza nel giudicarti senza conoscerti.
E visto che i Toro, quando hanno ragione, incornano e la questione la portano fino in fondo, le somme sono presto che fatte. Alla fine le parole di solidarietà viaggiano, ma la nausea ne è compagna parallela. Per chi avesse voglia di leggere, qui lo scambio di battute tra me (comitato) e un paio di gramigne che attaccano per il gusto di attaccare, che non propongono nulla ma che mirano a distruggere il lavoro certosino che da oltre un anno stiamo facendo per costruire la volontà politica per ottenere la nostra tutela e garantirci una serena precarietà, persone che rischiano di buttare tutto all'aria con la loro meschinità perché mettono se stesse e i propri interessi davanti a tutto, rischiando di  danneggiare le sorti e il destino di altre 300 persone a cui non importa di arrivare prime o seconde, basta che si arrivi.
                Tutte e tutte insieme.
Gente che attacca nascondendosi dietro lo pseudo-anonimato che dà internet, senza sapere che tale non è e che indossano maschere contro chi invece ha messo se stessa in prima linea, il proprio nome e cognome senza nascondersi, spendendo tempo, denaro, fatica,  ore sottratte a se stessa e alla famiglia, che si è assunta in prima persona tutte le responsabilità in quello che non è un gioco, ma è la difesa di un posto di lavoro e di cui, se andrà in porto come sembra stia andando, purtroppo beneficeranno anche loro. Gente che cerca il nemico esterno per non vedere la pochezza della propria vita (oltre ad aver continuato con sms intimidatori) in una maratona che di scherzoso non ha avuto proprio nulla e che è si merita un'unica parola:

                                                               Vergogna.


Pino Daniele : E cerca 'e me capì

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permalink | inviato da Mokella il 16/2/2010 alle 22:50 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (41) | Versione per la stampa
Riposo
post pubblicato in Diario, il 14 febbraio 2010
Il venerdì generalmente è il coronamento della settimana.
Ci arrivi tramortita, senza forza, come se un timer interno bloccasse automaticamente il flusso di energia.
E dunque, dopo stravolgimenti vari, chilometri percorsi ed eventi accessori, riesci finalmente a ritornare-ad orario di pranzo ormai superato -a casa, sotto un cielo plumbeo e metallico.
Inizia a creare problemi il cancello elettronico del tuo palazzo:non vuole saperne di farti accedere al tuo posto auto, si apre e si chiude come un invasato proprio mentre inizia a fioccare  violentemente e tu, sott 'a neve, a combattere con chiavi, serrature e cancello, ormai imbiancata come una canuta vecchietta. Superato questo scoglio e gelata  dalla neve che è affascinante ma non certo addosso, entri in casa accolta dalla chiacchierina ed esuberante figlia con amica al seguito, entusiata di aver assistito alla nevicata e mostrandoti-recuperato dal balcone- un fiocco di neve, inconsapevole che ne avevo già abbastanza. Saltato ormai il pranzo, inizio, smangiucchiando una mela, a fare rapidamente delle faccenduole domestiche di routine, una puntatina al blog, una ricognizione del cosa farò per cena, sistemate le bambine in cucina a fare i compiti, guardo l'orario. Non avendo il pomeriggio impegnato, mi ritaglio uno spazio per riposare. Accendo la termocoperta e già pregusto il momento.
                                        Scatta l'ora X.
                                           Ore 16.
Un' ora   intera    tutta   per   me    di       r i p o s o.
E      non      voglio      sapere                 n i e n t e.

Indossata la parte inferiore di un mega pigiamone di tre taglie più grosso a memoria del come ero, un maglioncino a collo alto sopra, mi scatafascio nel letto col gatto a corredo.
Sospiro estasiata e allontano dalla mente i pensieri molesti, viaggiando verso la mia spiaggia, la mente si annebbia, precipito in quel limbo di transizione tra la semincoscienza e lo stato catatonico quando il rumore secco del campanello mi strappa di violenza dalle braccia di Morfeo (erano meglio quelle di ggiorg  ma non fa nulla).
"Elevedichièenonaprire" abbaio, con tutto il fiato presente nei polmoni, la mente poco propensa al risveglio, gli occhi che restano ostinatamente chiusi.
Mia figlia esegue diligentemente il compito ma non c'è seguito.
"Chiè" ruggisco dal letto, incazzata come una belva.
"E mamma, e che ne so, un consulente..boh?"
Butto le coperte da un lato, srotolando il gatto che cade a zampe in su dall'altro lato del letto miagolando infastidito(figurati io penso), tiro su a livelli ascellari il megapantapigiamone, mi riavvio alla bell 'e meglio i capelli e, con la faccia che spero più truce del feroce saladino in persona, senza pantofole, marcio a passo di carica verso la porta, l' eco che risuona scalzo e minaccioso. Pronuncio da dietro la porta chiusa, un occhio nello spioncino, un chiè nervoso. A risposta ottenuta, apro con uno scatto secco la porta e mi appare dinanzi  il rappresentante di una nota ditta di accessori casalinghi elettrici. 
"Signora" - esordisce flautato, lo sguardo tra il contrito e il biricchino contornato da occhiali da professorino, ordinato e cordiale, al contrario di me che dovevo sembrare come minimo la controfigura di belfagor e che di cordiale non avevo neanche la bevanda  "lei già ce l'ha ..."e dice il nome della marca in questione.
"Si" grugnisco, sperando che mi appaia sulla testa un fumetto con tutti quegli aggeggi che si disegnano per indicare la rabbia, un ampio repertorio tra sciabole, cap 'e morte, fulmini e, semenescappaqualcuno, si accettano offerte. Spero che la mia faccia sia la più rabbuiata possibile, anche per celare l'imbarazzo per lo spettacolo che offerto al rappresentante in questione, col megapantapigiamone a livello ascellare di fantozziana memoria.
Lui insiste chiedendo del modello e parlando di accessori ma non lo ascolto, lo sguardo fisso su un punto indefinito alle sue spalle, meditando di sbattergli la porta in faccia ma l' educazione me lo impedisce e, ormai trasformata in statua di ghiaccio-dal palazzo arrivavano spifferi gelati - continuo a farlo parlare a vuoto, lui fuori e io dentro, con la porta mezza chiusa a tentare un riparo, il busto che sporge e il resto del corpo celato dalla porta, una mano ancora sulla maniglia e l'altra penzoloni, annuendo a denti stretti solo per un riflesso condizionato e cercando nel cervello lasciato sotto al piumone, una scusa per smarcarmi. La figlia fa capolino e spero che mi salvi ma nulla.Scappa via nonostante il mio s.o.s. Mi ricordo di colpo che il marito di una collega fa lo stesso lavoro di questo tale e  la rabbia mi sbollisce. Il poveretto, in fondo, sta facendo il suo lavoro e la collega mi raccontava storie allucinanti, di quante difficoltà incontrano questi lavoratori solo per sbarcare il lunario, di quante mazzate virtuali- e non- prendevano solo per il fatto di aver bussato alla porta sbagliata. Così mi ammansisco, gli cito il nome di questo suo collega-che conosceva bene- lo rassicuro sbugiardandomi platealmente, che "no, non mi aveva disturbato manunmeservenientegrazie" che tradotto poteva anche significare " ti è andata bene però, si mò nun te ne vaje, mi trasformo"  e, con un sorriso stiracchiato, lo congedo,tornando alla mia calda e confortante termocoperta, sperando che, col calore, il sarcofago di ghiaccio in cui mi ero ibernata si frantumasse.
Guardando l'orario, conto mentalmente i minuti che mancano alla scadenza del tempo limite.
Eh sì, a quanto pare a me è precario anche il riposo.
Ancora mezz'ora.E vai.
Mi ariseppellisco sotto al piumone.
Aricorredata dal gatto.
Arichiamo alla mente il mio mare.
La mente si annebbia.
Le palpebre diventano pesanti e....

                                                driiin.

Echecazz.




Eduardo de Crescenzo : Che suonno

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permalink | inviato da Mokella il 14/2/2010 alle 0:30 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (39) | Versione per la stampa
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