Il venerdì generalmente è il coronamento della settimana.
Ci arrivi tramortita, senza forza, come se un timer interno bloccasse automaticamente il flusso di energia.
E dunque, dopo stravolgimenti vari, chilometri percorsi ed eventi accessori, riesci finalmente a ritornare-ad orario di pranzo ormai superato -a casa, sotto un cielo plumbeo e metallico.
Inizia a creare problemi il cancello elettronico del tuo palazzo:non vuole saperne di farti accedere al tuo posto auto, si apre e si chiude come un invasato proprio mentre inizia a fioccare violentemente e tu,
sott 'a neve, a combattere con chiavi, serrature e cancello, ormai imbiancata come una canuta vecchietta. Superato questo scoglio e gelata dalla neve che è affascinante ma non certo addosso, entri in casa accolta dalla chiacchierina ed esuberante figlia con amica al seguito, entusiata di aver assistito alla nevicata e mostrandoti-recuperato dal balcone- un fiocco di neve, inconsapevole che ne avevo già abbastanza. Saltato ormai il pranzo, inizio, smangiucchiando una mela, a fare rapidamente delle faccenduole domestiche di routine, una puntatina al blog, una ricognizione del cosa farò per cena, sistemate le bambine in cucina a fare i compiti, guardo l'orario. Non avendo il pomeriggio impegnato, mi ritaglio uno spazio per riposare. Accendo la termocoperta e già pregusto il momento.
Scatta l'ora
X.
Ore 16.
Un' ora intera tutta per me di
r i p o s o.
E non voglio sapere n i e n t e.Indossata la parte inferiore di un mega pigiamone di tre taglie più grosso a memoria del come ero, un maglioncino a collo alto sopra, mi scatafascio nel letto col gatto a corredo.
Sospiro estasiata e allontano dalla mente i pensieri molesti, viaggiando verso la mia spiaggia, la mente si annebbia, precipito in quel limbo di transizione tra la semincoscienza e lo stato catatonico quando il rumore secco del campanello mi strappa di violenza dalle braccia di Morfeo
(erano meglio quelle di ggiorg
ma non fa nulla).
"Elevedichièenonaprire" abbaio, con tutto il fiato presente nei polmoni, la mente poco propensa al risveglio, gli occhi che restano ostinatamente chiusi.
Mia figlia esegue diligentemente il compito ma non c'è seguito.
"Chiè" ruggisco dal letto, incazzata come una belva.
"E mamma, e che ne so, un consulente..boh?"
Butto le coperte da un lato, srotolando il gatto che cade a zampe in su dall'altro lato del letto miagolando infastidito(
figurati io penso), tiro su a livelli ascellari il megapantapigiamone, mi riavvio alla bell 'e meglio i capelli e, con la faccia che spero più truce del feroce saladino in persona, senza pantofole, marcio a passo di carica verso la porta, l' eco che risuona scalzo e minaccioso. Pronuncio da dietro la porta chiusa, un occhio nello spioncino, un
chiè nervoso. A risposta ottenuta, apro con uno scatto secco la porta e mi appare dinanzi il rappresentante di una nota ditta di accessori casalinghi elettrici.
"Signora" - esordisce flautato, lo sguardo tra il contrito e il biricchino contornato da occhiali da professorino, ordinato e cordiale, al contrario di me che dovevo sembrare come minimo la controfigura di belfagor e che di cordiale non avevo neanche la bevanda "lei già ce l'ha ..."e dice il nome della marca in questione.
"Si" grugnisco, sperando che mi appaia sulla testa un fumetto con tutti quegli aggeggi che si disegnano per indicare la rabbia, un ampio repertorio tra sciabole,
cap 'e morte, fulmini e, semenescappaqualcuno, si accettano offerte.

Spero che la mia faccia sia la più rabbuiata possibile, anche per celare l'imbarazzo per lo spettacolo che offerto al rappresentante in questione, col megapantapigiamone a livello ascellare di fantozziana memoria.

Lui insiste chiedendo del modello e parlando di accessori ma non lo ascolto, lo sguardo fisso su un punto indefinito alle sue spalle, meditando di sbattergli la porta in faccia ma l' educazione me lo impedisce e, ormai trasformata in statua di ghiaccio-dal palazzo arrivavano spifferi gelati - continuo a farlo parlare a vuoto, lui fuori e io dentro, con la porta mezza chiusa a tentare un riparo, il busto che sporge e il resto del corpo celato dalla porta, una mano ancora sulla maniglia e l'altra penzoloni, annuendo a denti stretti solo per un riflesso condizionato e cercando nel cervello lasciato sotto al piumone, una scusa per smarcarmi. La figlia fa capolino e spero che mi salvi ma nulla.Scappa via nonostante il mio
s.o.s. Mi ricordo di colpo che il marito di una collega fa lo stesso lavoro di questo tale e la rabbia mi sbollisce. Il poveretto, in fondo, sta facendo il suo lavoro e la collega mi raccontava storie allucinanti, di quante difficoltà incontrano questi lavoratori solo per sbarcare il lunario, di quante mazzate virtuali- e non- prendevano solo per il fatto di aver bussato alla porta sbagliata. Così mi ammansisco, gli cito il nome di questo suo collega-che conosceva bene- lo rassicuro sbugiardandomi platealmente, che "
no, non mi aveva disturbato manunmeservenientegrazie" che tradotto poteva anche significare
" ti è andata bene però, si mò nun te ne vaje, mi trasformo"
e, con un sorriso stiracchiato, lo congedo,tornando alla mia calda e confortante termocoperta, sperando che, col calore, il sarcofago di ghiaccio in cui mi ero ibernata si frantumasse.
Guardando l'orario, conto mentalmente i minuti che mancano alla scadenza del tempo limite.
Eh sì, a quanto pare a me è precario anche il riposo.
Ancora mezz'ora.E vai.Mi ariseppellisco sotto al piumone.
Aricorredata dal gatto.
Arichiamo alla mente il mio mare.
La mente si annebbia.
Le palpebre diventano pesanti e....
driiin.
Echecazz.
Eduardo de Crescenzo : Che suonno